21 agosto 2008. - Caro Barack, rischi di perdere le elezioni più vincibili della Storia». Il regista liberal Michael Moore è fuori di sè, con i sondaggi che proiettano McCain in avanti teme l’ennesima disfatta democratica nelle presidenziali e tenta di evitarla con una doppia mossa alla vigilia della Convention di Denver: affida alle colonne del magazine «Rolling Stone» un’ironica «agenda per la sconfitta» in cui avverte il candidato Obama sui «passi da non compiere» e lancia dal proprio sito web la proposta di affidare la vicepresidenza a Caroline Kennedy anziché ad uno dei tanti politici democratici moderati di cui si parla in queste ore.
Moore striglia il partito democratico con toni e termini che in Italia evocano quanto disse Nanni Moretti dopo la sconfitta del centrosinistra nel 2001 contro «questi politici con cui non vinceremo mai» come le polemiche affermazioni di Sabina Guzzanti - la cui satira viene lodata spesso in pubblico dal regista - durante la manifestazione tenutasi a luglio in Piazza Navona, quando indicò nei volti di Walter Veltroni e Oliviero Diliberto le ragioni della vittoria del centrodestra. «I democratici sembrano dei perdenti di professione - accusa Moore - sono così patetici nella loro abilità di vincere che perdono perfino quanto vincono».
Come Moretti e Guzzanti in Italia (Chi non ricorda la celebre battuta morettiana «D’Alema, dicci qualcosa di sinistra»?), Moore punta ad esprimere in America il malessere della base liberal che si sente tradita da una leadership che «tende ad imitare i conservatori» perdendo di vista il fatto che «la maggioranza degli elettori concorda con le principali posizioni dei democratici». Da qui la lettera a Obama affidata a «Rolling Stone» con il beffardo titolo «Come i democratici possono mandare tutto all’aria in sei semplici passi» regalando all’America «un prolungamento di quattro anni dell’era di George W. Bush».
L’elenco di questi errori da non compiere coincide con la descrizione dell’attuale campagna elettorale di Barack Obama. Per Moore è uno sbaglio suicida «continuare a parlare bene di John Sidney McCain III come un eroe di guerra» perché «questo gli porta voti nell’urna» come è un errore «rispondere in maniera dolce e ragionevole ai duri attacchi lanciati dai repubblicani» ma ancora peggio è prendere posizioni politiche da «falco conservatore» come fatto da Obama minacciando il ricorso alla forza contro il nucleare iraniano o promettendo di inviare più truppe in Afghanistan «parlando come se fosse Bush». Al cuore dell’affondo di Moore c’è il rimprovero a Barack di dimenticarsi che «questo è l’anno delle donne» grazie alla candidatura di Hillary Clinton che ha elettrizzato il più consolidato settore dell’elettorato liberal «senza il quale non si vince». «Jimmy Carter e Bill Clinton persero entrambi il voto dei maschi bianchi ma divennero presidenti conquistando quello di neri, ispanici e donne e questa deve essere la strategia di Obama altrimenti ci ritroveremo Cindy McCain come First Lady» ammonisce il regista di «Farheneit 9/11» e «Sicko», suggerendo alla Convention di Denver di approvare una piattaforma elettorale basata sulle posizioni liberal che «la maggioranza degli americani condivide» ovvero «pro-ambiente, pro-diritti delle donne, pro-aborto, contro la guerra, per l’aumento del salario minimo e la creazione di un servizio sanitario pubblico universale».
Quando Moore scrive a Obama «questo è un anno storico delle donne» vuole spingerlo lontano da chi gli suggerisce di «puntare al voto cattolico» perché «anche John Kerry era cattolico e perse». È una polemica che mira a influenzare l’imminente scelta del vicepresidente. Fra i più accreditati c’è infatti Tim Kaine, governatore della Virginia e cattolico nonché anti-abortista proprio come il governatore del Kansas Katherine Sebelius, altra candidata a vice, e moderato sui temi della sicurezza nazionale al pari dei senatori Evan Bayh e Joe Biden, anch’essi in lizza. Anziché scegliere fra questi volti centristi, Moore avanza la candidatura di Caroline Kennedy, scrittrice di successo ma soprattutto figlia di John e Jacqueline nonché custode della memoria di Camelot nelle vesti di presidente della Fondazione Kennedy. «Il vero “Dream Ticket” è Obama-Kennedy - suggerisce il regista - non riesco a pensare a un tandem più imbattibile perché Obama ha bisogno di un candidato vicepresidente che non sia un politico di professione ma qualcuno di molto noto e amato da tutti, al di sopra delle divisioni politiche». L’altro asso di Obama può essere la moglie Michelle. Se molti consiglieri la spingono ad abbassare il profilo di donna afroamericana troppo determinata e politicamente impegnata, Moore ritiene che «lei è una delle novità più rinfrescanti di queste elezioni» perché «dice ciò che pensa e indossa ciò che vuole». E dunque «che c’è di male nell’aver detto che durante la campagna elettorale si è sentita per la prima volta fiera di questo Paese? Molte delle donne nere che conosco non sono rimaste sorprese da quanto ha affermato». Affidare la corsa alla Casa Bianca a Caroline Kennedy e Michelle significherebbe per Barack rovesciare un approccio finora basato soprattutto sul carisma della sua personalità ma questo è ciò che Moore chiede: cambiare tutto e molto in fretta.
Se l’offensiva del regista fa notizia è perché i democratici stanno assistendo con sorpresa e malessere al rapido calo di popolarità di Obama a pochi giorni dall’apertura dei lavori a Denver. Se a giugno Obama sembrava imbattibile luglio è stato il mese di McCain, che nelle ultime settimane è continuato a risalire, guadagnando terreno perfino in una roccaforte democratica come New York, fino al sondaggio con cui ieri Reuter e Zogby gli hanno assegnato 5 punti di vantaggio - 46 a 41 - rovesciando la situazione di due mesi fa, quando Barack era avanti di sette lunghezze. Il sondaggista John Zogby spiega le difficoltà di Obama con gli attacchi subiti - dagli spot che lo hanno paragonato a Paris Hilton e Britney Spears fino al libro-denuncia «Obama Nation» di Jerome Corsi - e con il successo di McCain nel dimostrarsi più credibile sull’economia - dove è avanti di ben 9 punti - grazie al sostegno per le trivellazioni petrolifere al fine di ridurre il caro-benzina che affligge i consumatori.
Ma ciò che più indebolisce Barack è il calo di sostegno fra i democratici: solo il 74 per cento è pronto a votarlo con un calo del 12 per cento fra i liberal dell’ala sinistra del partito che non hanno gradito le svolte moderate su nozze gay, ritiro dall’Iraq e pena di morte. «Si pensava che i conservatori fossero il problema di McCain invece lo seguono più di quanto fanno i liberal con Obama» riassume Zogby, avvalorando la tesi di Moore.
(La Stampa.it)
