Amarcord l’Avvocato
profeta senza frontiere

"Italy first": intuì che il futuro sarebbe stato la Cina.

24 gennaio 2008. - «E’ la vista che incantava mio nonno: leggeva la storia d’ogni monumento, d’ogni alloggio e delle montagne che indissolubilmente abbracciano Torino. Epperò questa città stellare ha bisogno, di tanto in tanto, d’una scossa, d’un benefico elettroshock».

E la Fiat? La Grande Madre, in assoluto: L’Azienda era l’unica misura delle cose umane, l’unico mondo governato dal buon senso e dalla ragione (cfr. G. Galli, Gli Agnelli, Mondadori). Sottoscrive?, chiesi e lui, per tutta risposta: «Le manderò fotocopia d’un giudizio sulla Fiat pronunciato da un italiano di cappa e spada», disse. La fotocopia riproduce un giudizio di Piero Gobetti apparso su La Rivoluzione liberale in data 2 di aprile del 1922: «Torino diventò negli anni di guerra la città per eccellenza dell’industria, di una industria aristocratica accentrata, attraverso una formidabile selezione di spiriti e capacità, nelle mani di pochi uomini geniali. (...) L’idea deve esser stata di Agnelli, l’uomo delle intuizioni e delle accortezze psicologiche capace di dire alle maestranze che sarebbe rimasto loro imprenditore anche in regime collettivista». E qui va ricordato come Gianni Agnelli abbia sempre guardato ai mercati dell’Est con tignosa attenzione. Anch’egli, come Papa Wojtyla, «sapeva» che tutti i muri cadono, «anche quelli di Bambù poiché la libertà è come la bicicletta d’un passista: arranca ma infine arriva al traguardo». Codeste parole spiegano retrospettivamente come e perché Gianni Agnelli abbia incoraggiato Cesare Romiti nel suo ostinato approccio alla Cina popolare.

«Italy first»: fu questo slogan a guidarlo nella coraggiosa scelta di Gheddafi «socio». Ancora adesso ch’è gran tempo dell’uscita dei libici da Fiat, emergono le più fantasiose versioni su quell’accadimento che vide Agnelli, con Cuccia, aprire al Colonnello con la dote di 415 milioni di dollari cash (all’incirca 400 miliardi di lire). Io fui l’involontario deus ex machina di quel corposo accanimento economico. Era il novembre del 1976 e di ritorno dal Cairo feci come d’abitudine un salto a Tripoli. E qui giunto, automaticamente, chiesi di incontrare il Colonnello dalle sette vite e dalle 700 divise. Una sera nell’albergo dove alloggiavano di norma «gli stranieri» si avvicinò il figlio d’un caro amico, l’ambasciatore Gigi Bolla. «Sono qui per l’Iveco - disse - e avrei collocato un bello stock di autocarri. Se lei avrà l’intervista col Colonnello, veda un po’ di mettere una buona parola». Di lì a poco venni prelevato da due messi di Gheddafi per raggiungere la (finta) tenda del Colonnello. D’un tratto, eravamo al termine dell’intervista, mi sovvenni del figlio di Bolla sicché domandai come il Colonnello giudicasse lo stato dei rapporti fra la Libia e l’Italia. Con un lieve sobbalzo, Gheddafi declamò: «I rapporti fra l’Italia e la Libia sono buoni. Ma potrebbero esser migliori».

Tornato in albergo buttai giù l’intervista e la trasmisi al giornale. Con la seguente nota: se fosse troppo lunga, tagliate pure le ultime righe. Per fortuna non le tagliarono e la frase «potrebbero esser migliori» venne intesa dall’Avvocato e da Mediobanca, nonché dagli stessi plenipotenziari libici come l’atteso semaforo verde. E fu così che «l’accordo del secolo» si fece. Per completezza di informazione va detto che l’altro grande patto (l’uscita di Fiat) mi vide far leva (con successo) sull’amor proprio del personaggio che assolutamente voleva rimanere «aggrappato all’Europa» grazie alla Fiat.

Ogniqualvolta l’Avvocato mi diceva di raccontargli quei due finali di partita finiva regolarmente a risate. Ma ora so che posso ricordare con questo scritto Giovanni Agnelli, ma non ridere con lui. Sarà vero che i vecchi soldati non muoiono ma svaniscono. Epperò è lo stesso che morire se non c’è più una mano da stringere, un tatuaggio da comparare e tutto il resto che fa «la vita». Epperò, di cosa parleremmo, se mai fosse possibile, con l’Avvocato? Della situazione italiana, certamente e con amarezza. E della guerra. Sia concesso al vecchio cronista di far conoscere a John Philip, l’Erede («attento, metodico, responsabile, ironico quel tanto che basta per lavorare senza trascurare la joie de vivre») questo discorso dell’Avvocato. «In Urss portarono un pugno di noi ufficiali in prima linea. Un reparto tedesco era rimasto isolato, tentavano di rifornirlo d’armi. In fila indiana, lo zaino colmo d’esplosivo, soldati tedeschi percorrevano una passerella di fortuna cercando di raggiungere i commilitoni in difficoltà. Cadevano, uno ad uno, sotto i colpi dei sovietici. Una decimazione orrenda. “Ma i vostri soldati sono degli eroi”, dissi sconvolto all’ufficiale tedesco di collegamento e questi: “Eroi? Sono prigionieri russi ai quali abbiamo messo la divisa della Wehrmacht”, rispose. Dopo quella esperienza ho capito per sempre che la guerra è cosa sporca, una avventura senza ritorno». Ipse dixit Gianni Agnelli.

 

(La Stampa.it)