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agosto 2009. - In agosto il tempo sembra scorrere più lentamente: molti sono
in vacanza e chi lavora tende a farlo con ritmi meno serrati. Nel resto
dell’anno, invece, ci sentiamo quasi sempre sotto pressione. Nei sondaggi
internazionali sulla qualità della vita, l’accumulo di incombenze e la
fretta sono indicati come motivi di frustrazione da parte di quasi tutti gli
intervistati.
Gli esperti parlano di time poverty : una sindrome che affligge con intensità crescente gli abitanti delle società sviluppate. Nel 1999 il Presidente Clinton nominò una commissione governativa per esaminare il fenomeno e formulare delle proposte. I miglioramenti introdotti negli anni successivi sul fronte dei congedi di maternità e di malattia sono in parte figli di quella commissione.
Da che cosa dipende questa «povertà di tempo» di cui tanto ci lamentiamo? Quanto contano i fattori di contesto (ad esempio gli orari e l’organizzazione del lavoro, le politiche di conciliazione e così via) e quanto, invece, le nostre scelte personali, il fatto cioè che facciamo troppe cose? Secondo una recente ricerca diretta da Robert Goodin («Discretionary Time», Oxford University Press), la sindrome della time pressure è in larga misura frutto di decisioni individuali, che ci spingono a fare molto di più di quanto non sarebbe strettamente necessario.
Gli autori del volume giungono a questa conclusione dopo aver effettuato una serie di calcoli. Innanzitutto, essi hanno stimato le ore di «lavoro» che sono oggi indispensabili per condurre una vita dignitosa, ma senza pretese: lavoro retribuito fuori casa, lavoro domestico (incluso l’accudimento dei figli), e lavoro per la cura della propria persona. Successivamente sono state misurate (utilizzando i cosiddetti sondaggi sull’uso del tempo) le ore effettivamente impiegate dalle persone per questi tre tipi di attività.
La discrepanza è davvero molto ampia: in media un adulto europeo o americano dedica al lavoro retribuito (la cosiddetta carriera) e al lavoro domestico (figli compresi) il doppio del tempo «necessario» e circa il 25% di tempo in più per la cura della propria persona. Se fossimo meno ambiziosi o meno perfezionisti, il tempo «discrezionale» a nostra disposizione ammonterebbe a circa 80 ore per settimana, su un totale di 168. Invece dobbiamo accontentarci di una trentina di ore appena, se va bene.
Ovviamente la quantità di «tempo discrezionale» si modifica lungo il ciclo di vita, anche in relazione alla situazione familiare. Quando si hanno dei figli il tempo a disposizione si riduce drasticamente, dato che aumentano le ore indispensabili al loro accudimento. Stante la persistente asimmetria nella divisione del lavoro fra padri e madri, queste ultime sono poi sistematicamente svantaggiate, soprattutto se occupate. I dati segnalano che le madri sole e quelle divorziate sono le figure sociali di gran lunga più vincolate nell’uso del proprio tempo di vita.
La figura vincente è invece la cosiddetta famiglia Dink ( double income, no kids ): marito e moglie entrambi in carriera, senza figli. Nei sondaggi anche i Dink si lamentano di non avere mai tempo: ma chi è causa del proprio male dovrebbe piangere solo se stesso. Oltre alla situazione familiare, anche il contesto istituzionale può fare differenza. Grazie alla maggiore disponibilità di prestazioni sociali e misure di conciliazione, una madre sola svedese ha circa venti ore di tempo in più di una madre sola americana.
Il capitolo conclusivo del libro esordisce con la seguente esortazione semi-seria: «se volete massimizzare la vostra autonomia temporale e il vostro tempo discrezionale, ecco tre consigli: sposatevi ma non fate figli; se fate figli, non divorziate; magari considerate di trasferirvi in Svezia». Gli autori formulano anche una lunga lista di proposte serie: varare misure capaci di alleviare i vincoli temporali (e non solo gli oneri economici) delle famiglie con figli, ed in particolare delle madri occupate; promuovere una maggiore flessibilità dei tempi di lavoro e dei tempi di vita, per rendere più efficiente tutta l’organizzazione sociale e offrire agli individui una gamma più vasta di opzioni.
Lo Stato può e
deve far molto per accrescere l’eguaglianza di opportunità sull’uso del
tempo dei suoi cittadini. Ma per contrastare la time pressure servirebbe
soprattutto una piccola rivoluzione culturale: riacquistare consapevolezza
che ogni nostra decisione, personale o professionale, ha costi e benefici
non solo monetari, ma anche temporali. Quando ci sentiamo troppo sotto
pressione, facciamo un esame di coscienza e cerchiamo di recuperare
autonomia decisionale e controllo sulle nostre agende. Come recita il
sottotitolo del libro, il tempo discrezionale è più di una semplice risorsa
strumentale: è una misura (trascurata, ma molto rilevante) di quanto sono
veramente «libere» le nostre vite.
(Maurizio Ferrera / corriere.it)
