25 agosto 2008. -
A farla semplice, si potrebbero prendere le ultime parole scolpite da
Massimo Cacciari e chiuderla lì: «Il Partito democratico al Nord non c’è,
non esiste. E da quanto ho avuto modo di capire, non esiste nemmeno al Sud».
E dunque che c’è da festeggiare, qui a Firenze, dove ieri sera ancora
martellavano chiodi e pennellavano vernice per la prima kermesse nazionale
del Pd che s’apre oggi? Avete visto mai, infatti, una festa per una cosa che
non c’è?
Noi mai. E dunque magari è il caso di controllare. E volendo controllare, la prima persona che incontri tra i lavori in corso nella Fortezza da Basso è un omaccione che fino al 5 maggio faceva l’architetto, poi ha chiuso lo studio ed ha cominciato a progettare la festa del Partito che non c’è. Si chiama Osvaldo Miraglia, è un diessino non tanto ex e dice «allora che sono, fantasmi, i 5mila volontari che staranno due settimane qua a vendere birre e libri dalla mattina alla sera?».
Li vediamo montare pannelli e rodare cucine a gas fino all’ultimo minuto utile, come nelle migliori tradizioni di ogni Festa de l’Unità. No, non sono fantasmi. E ancor meno evanescente, nonostante tutto, è quel che non si vede: per esempio, i quattro milioni di euro di volume d’affari che muoverà la kermesse. Non male, onestamente, per una cosa che non c’è.
Per intanto, però, è indubitalmente vero che la prima Festa del Pd sarà ricordata più per quel che non c’è che per quel che ci sarà. Non c’è il presidente del Consiglio in carica, ad esempio: e va bene che ormai è considerato non più avversario ma nemico, e dunque il mancato invito ci può pure stare. Ma non c’è nemmeno l’ex presidente del Consiglio, cioè Romano Prodi: che pure non è un nemico, e si spera non si sia trasformato già in avverasario.
Così come non ci sarà la tradizionale Grande Adunata per il comizio finale del Segretario. Veltroni, modernamente, non ha voluto: e i compagni (ex) in fondo gliene sono grati, perchè era diventata una faticaccia transumare le centinaia di migliaia di militanti senza le quali l’ultimo atto di qualunque kermesse è considerato miseramente un flop. Infine - e piange il cuore - ancora ieri sera non si vedeva uno straccio di logo de l’Unità: eppure, checchè raccontino, questa non è nient’altro che un’altra Festa nazionale de l’Unità.
Se infatti chiedi in giro qual è la differenza tra la prima Festa nazionale del Partito che non c’è e quelle del partito che c’era, ti spiegano - correttamente - che l’enorme sala dibattiti dove sfileranno i big (e primi tra tutti Tremonti e Bossi, al suo esordio alla Festa) è intitolata a Giorgio La Pira che, effettivamente, comunista o diessino non lo è stato mai. E se obietti che, insomma, forse è un po’ poco, provano ad indicarti - con qualche fatica - uno stand gestito interamente da ex della Margherita.
«Che vuole, siamo a Firenze... - ammette il solito Miraglia -. Qui il rapporto tra noi e loro era di tre a uno». Cogliere le differenze, insomma, non sarà facile. La grande fiera, infatti, è quella di sempre: dal braccialetto al trattore. Ed anche i ristoranti sono quelli, leggendari, capaci di sfornare ribollite e pappardelle a ritmi industriali. Ecco, se una novità è visibile, riguarda più l’evoluzione sociale che quella politica: il moltiplicarsi di luoghi e ristoranti di musica e cucina araba e africana. Giusto per tenersi al passo con i flussi migratori...
Difficile insomma dire se la prima Festa democratica di Firenze aiuterà il Partito che non c’è a mostrare un primo tratto del suo profilo. Improbabile, ma del resto non è compito di cui può caricarsi una semplice kermesse: è altrove, ovviamente, che vanno trovate risposte e cure per un partito dall’identità ancora incerta e preda - perfino - di liti in tribunale (imparasse dal centrodestra, che a notai e carte da bollo ricorre magari prima e non dopo le fondazioni...).
Però, certo, da qualche parte bisogna cominciare. Veltroni con Mentana, D’alema con Floris e Rutelli con Di Bella, proveranno a indicare l’orizzonte cui pensano per il Pd: e non è detto che sia precisamente lo stesso. I ministri ombra si confronteranno con i ministri in carica per proporre ricette alternative alla crisi del Paese. E a Rosy Bindi, faccia a faccia con Tonino Di Pietro, toccherà il compito (non proprio grato) di convincere i militanti che è possibile opporsi a Berlusconi senza chiamarlo un giorno magnaccia e l’altro delinquente.
Ma onestamente non appare un lavoro facile: e certo - qui a Firenze - al di là dell’onore di tenere a battesimo la prima Festa dopo la fusione, avrebbero preferito una kermesse appena appena più in discesa. Lo avrebbero preferito tutti. E prima di tutti - dicono - il neo segretario regionale del Pd, pure specialista in cose che non ci sono o che non ci sono più. Laureato alla Sorbona, Andrea Manciulli diede la tesi su "La cucina delle corti cardinalizie". Chissà se s’aspettava di finire a servire pappardelle e ribollite...
(La Stampa.it)
