Quel pezzo di Italia
salvato dal petrolio

La Basilicata trova nuovi pozzi
e aspetta l'arrivo della ricchezza.

29 luglio 2008. - Dopo una vita dura trascorsa a Calvello, alle falde del monte Volturino, Assuntina Muccia, che ha superato gli ottanta, oggi vive due grandi consolazioni. La prima è che i tre figli emigrati sono tornati in Basilicata («perché alla fine qui si sta meglio»), la seconda è legata ai record quotidiani del prezzo del petrolio.

Ogni volta che il greggio sfonda la quotazione precedente Assuntina si sente un po’ più rassicurata. Di benzina lei non ne compra, d’inverno si riscalda col camino, e dunque il caro-petrolio la tocca relativamente. In compenso però, i continui rialzi del greggio le fanno apprezzare sempre più l’idea di vivere a un passo dalla Val d’Agri, che assomiglia al Kurdistan anche per i panorami. E visto che in questo Kurdistan la sola cosa vagamente assimilabile a un’arma di distruzione di massa è un peperoncino piccante, dinanzi a un presidente di Regione che batte cassa con lo Stato ci si può soltanto accomodare in attesa di nuovi benefici.

Come in Kurdistan

In un’Italia che trema per il caro-petrolio comincia invece a prosperare grazie agli aumenti la sua ex regione più povera. Fino ad oggi grazie a un accordo con il governo Prodi a titolo di «royalties», per un anno di estrazioni la Basilicata ha ricevuto 105 milioni di euro che diventeranno 120 l’anno prossimo. La produzione si avvia a raggiungere i 32 milioni di barili, poco più del 4 per cento del fabbisogno italiano. Ma la vecchia massima che vede gli orbi beati nella terra dei non vedenti oggi fa in modo che anche quel 4 per cento valga di più.

«Con quella che è stata battezzata “Robin Tax” - spiega Vito De Filippo, capo della giunta regionale di centro sinistra - si prevedeva di aumentare dal 6 al 19 per cento le imposte contro le società petrolifere con un extra introito che soltanto per quanto concerne i greggio lucano avrebbe potuto andare ai 270 ai 570 milioni di euro. Poi, dopo la donazione di 200 milioni da parte dell’Eni, l'idea sembra decaduta ma per noi non cambia nulla. Vogliamo partecipare alla ricchezza prodotta nel nostro territorio. Il 74 per cento del greggio italiano viene estratto in Basilicata, ma in base al vecchio accordo questa regione riceve solo il 7 per cento del valore di greggio e gas. E’ tempo di rivedere queste percentuali - propone - magari di raddoppiarle».

Il governo e le royalties

La Conferenza delle Regioni appoggia la richiesta, prima o poi Tremonti dovrà prenderla in considerazione e se davvero si avvicina l’era del federalismo fiscale, il futuro di 600 mila lucani che vendono acqua alla Puglia e petrolio al resto del Paese si annuncia abbastanza roseo. Il presidente ha idee chiare: «In tutto il mondo - argomenta De Felippo - le regioni nelle quale si estrae petrolio ricevono “royalties” molto più alte delle nostre. La Basilicata ormai segue una politica energetica a tutto campo e distribuisce i benefici ottenuti dal greggio in maniera equilibrata, perchè non dovremmo continuare su questa strada?». Ogni anno sei dei milioni che provengono dalle «royalties» vanno all’università di Basilicata. Dieci giorni fa la Regione ha ridotto le bollette del gas, abbassando del dieci per cento per tutti (e del quaranta per i non abbienti) l’addizionale sull’energia. Nella Val d'Agri, dove sorge la maggior parte dei pozzi, un comitato di sindaci decide gli investimenti utili paese per paese.

Dopo l’Eni, anche Total, Shell ed Exxon hanno ottenuto concessioni per nuovi pozzi nella Val d’Agri e nella zona di Tempa Rossa è stato individuato un altro giacimento da 130 milioni di barili. Con le compagnie straniere la Regione ha cambiato registro, firmando un accordo che le assicura la disponibilità di tutto il gas estratto assieme al petrolio: si parla di un miliardo di metri cubi l’anno che poi, unica in Italia, la Basilicata venderà direttamente attraverso una società appena costituita che si chiama Sel, Società energetica lucana. Al suo direttore, l’ingegner Massimo Scuderi, il compito di piazzare forti quantitativi di gas sul mercato per fare sì che nelle casse della Regione i milioni si moltiplichino.

Nuovi scavi

Non è ancora molto chiaro a quanto possano ammontare le riserve petrolifere lucane. «I vincoli posti alle trivellazioni hanno finora impedito una valutazione esatta - spiega un esperto del mercato petrolifero - ma è molto probabile che qui si possano indivuare altri giacimenti di grande interesse». Uno pare sia stato trovato a Brindisi di Montagna, appena otto chilometri da Potenza: una società di cui fa parte l’Eni ha ottenuto il permesso di «riterebrazione», ovvero di scavare più profondamente lì dove il greggio era stato cercato senza successo. Sembra si stia per mettere le mani su un giacimento ancora più ricco di quelli della Val d’Agri, ma in questo caso la città rischierebbe di vedere un orizzonte punteggiato dai «derrick», che poi sono le torri in cui s’infilano le trivelle.

Nel Kurdistan italiano dunque le prospettive continuano a migliorare come se la storia o la sorte stessero restituendo alla Basilicata quello che per secoli le era stato negato. Le cose marciano, nonostante qualche intoppo e l’immancabile inchiesta del giudice Woodkock sull’oleodotto di 163 chilometri che unisce i pozzi alle raffinerie di Taranto e un calcolo un po’ pedestre dice che raddoppiare le «royalties» porterebbe 200 euro in più (o 200 euro in meno) nelle tasse per ciascun cittadino lucano, senza contare gli introiti della vendita diretta del gas. E se a Brindisi di Montagna i nuovi scavi dovessero far scoprire un nuovo giacimento, cosa accadrebbe coi tanti vincoli paesaggistici? «Continuando a seguire la via dell’equilibrio - conclude il presidente - penso che si debba sfruttare il terremoto dei mercati intorno al petrolio senza sprecare nessuna risorsa».

 

(La Stampa.it)