22 gennaio 2007. - Il Segretario fiorentino non ci faceva caso, ma qualche suo antenato, se avesse potuto usufruire della nuova legge italiana sui cognomi attualmente in via di approvazione, avrebbe forse deciso per la prole a venire il passaggio a quello materno. Perché, come ci ricorda Gian Luigi Beccaria, Machiavelli deriva da un soprannome latino poco gradevole: malus clavellus, ovvero piccolo o cattivo chiodo, molto probabilmente escogitato con significato negativo in campo sessuale. Per non parlare dell’aulico Pallavicini (all’inizio «pelavicini», che è già tutto un programma) o di Fumagalli, che ha nell’origine etimologica la cattiva abitudine di saccheggiare i pollai stanando col fumo le povere galline.
I cognomi ce li siamo trovati pronti alla nascita, e come spiega lo storico della lingua, che a essi ha dedicato un capitolo nel prossimo libro in uscita per Einaudi, hanno cominciato a funzionare veramente proprio quando hanno perso il loro senso orginario. Alcuni linguisti, aggiunge, sostengono che siano l’unico tipo di parole prive di significato. Sono un’etichetta astratta, un suono magico e ancestrale che non si discute, si accetta e basta. La legge ha sempre previsto la possibilità di cambiare solo quelli «ridicoli o vergognosi» o che rivelano «origine naturale», e in questo caso ci si rivolge al Prefetto. Per il resto a ciascuno il suo, anche se non l’ha scelto. Nessuno, d’altra parte, ha scelto di nascere.
Il cognome è la fatalità. Ci raccorda - diciamolo pure: del tutto arbitrariamente - a una lunga e insondabile catena di antenati. Maschi, naturalmente. Ora la commissione di Palazzo Madama ha licenziato un testo di legge dove si prevede che sarà possibile dare ai figli entrambi i cognomi dei genitori - come è tradizione in Occidente nei paesi ispanofoni e lusofoni - o anche uno solo dei due, a scelta. Sembra una banale decisione di buon senso, anche se molto osteggiata; ma potrebbe essere un terremoto, non solo linguistico, e non necessariamente negativo. Enzo Caffarelli, direttore della Rivista Italiana di Onomastica e coordinatore scientifico del Laboratorio Internazionale di Onomastica dell’Università di Roma, insomma il massimo esperto in materia, non sembra preoccupato. «L’impressione è che possa esserlo davvero, un terremoto, ma ci si abituerà presto. Diverso sarebbe se, come altrove proposto o realizzato, la scelta fosse lasciata al figlio giunto alla maggiore età. Per le implicazioni familiari che potrebbe avere nel caso fosse dettata da un’esplicita preferenza per un genitore o dal rifiuto nei confronti dell’altro».
E tuttavia cambiare il meccanismo dei cognomi, anzi quello della loro trasmissione, vuol dire toccare un sistema che ha radici nel profondo, visto che è cominciato, da noi, nell’età comunale. Nei borghi contadini il nome bastava e avanzava, anzi c’era il soprannome che assolveva a tutte le funzioni. I primi nomi di famiglia si sono formati nel Medioevo, come ci spiega ancora il professor Caffarelli. «Ma in realtà quelli che noi, a distanza di secoli, chiamiamo cognomi erano semplici invenzioni notarili, obblighi burocratici per evitare omonimie e altri rischi nel caso di eredità, dispute su beni e confini, censimenti fiscali. Le persone non si chiamavano con quei nomi latinizzati e standardizzati di notai, parroci e scribi, ma usavano primi nomi, perlopiù accorciati, e soprannomi di ogni tipo».
Il cammino è stato lungo, l’alba dei cognomi è insomma piuttosto difficile da penetrare. «È un po’ come se tra 500 anni qualcuno, leggendo i documenti del XXI secolo, sostenesse che il più grande campione della città di Roma di uno strano sport che consisteva nel buttare una palla in una rete si chiamava TTTFNC76P27H501X, anche se forse i suoi coevi, aggiungendovi qualche strana lettera e cancellando qualche numero, lo abbreviavano in "Totti"». Ma senza cognomi non ci sarebbero stati i Comuni, il Rinascimento, la società borghese o la rivoluzione industriale. Siamo cresciuti trovando naturale che il cognome ci venga da nostro padre, che l’ha ricevuto dal nonno, mentre le donne lo cambiavano al momento del matrimonio. Farà differenza nel gioco di identificazione con le figure dei genitori il fatto che d’ora in avanti questo legame potrà essere invece con entrambi, o con la madre, anche se fatalmente, prima di qualche generazione, non con la nonna?
E, ancora, farà differenza per l’anagrafe o per l’amministrazione della giustizia? Lo chiediamo al procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli, che tranquillizza: non cambia nulla. Dal punto di vista tecnico-giudiziario non ci sono problemi, i tempi in cui per identificare una persona si scriveva anche il nome del padre sono ormai lontani, quindi «in penale un cognome vale l’altro». Basta ovviamente che non siano falsi, ma questo è già un problema diverso.
Da La Stampa.it
