PARIGI, 25 marzo 2007. - Quando Bernadette Chirac dice di lei: «Ha un suo stile, potrebbe farcela?», le fa un complimento o tenta di sminuirla?
«Bisogna prendere il meglio da ogni lode. Anche se è, chissà, una frecciata diretta ad altri. In più, questa mi arriva da una donna intelligente, di cui non condivido le idee, ma di cui apprezzo la tenacia e la capacità di resistere ai cosiddetti entourage. È stata insozzata ma ha saputo salvaguardarsi e riconquistare la propria dignità. Chapeau».
Nel 2005 lei non ha esitato a schierarsi con Simone Veil per il sì alla Costituzione europea. Oggi l’UMP parla di «sarkozisti di sinistra». Il solco ideologico destra-sinistra è superato?
«Non mi sono schierata con lei, abbiamo entrambe accettato la proposta del giornale Elle di dialogare sull’Europa. È una donna coraggiosa e la rispetto, anche se su molti temi non la pensiamo allo stesso modo. Il suo impegno europeo è profondo quanto il mio, ma non condividiamo le stesse priorità: ad esempio io voglio un’Europa che protegga contro le delocalizzazioni. Ma non dimentico che ha difeso, contro parte della destra, che l’ha trattata in modo infame, l’aborto legale: un progresso enorme, per tutte le donne. Ciò non ha nulla da spartire con l’illusione che il solco fra destra e sinistra sia stato colmato. È un confronto tuttora attuale che arriva da lontano, dai tempi della rivoluzione francese e che prospetta due visioni del mondo, due progetti di società. Ed è bene che resti, perché permette ai francesi di scegliere con cognizione di causa. Io amo la chiarezza e, allo stesso tempo, non apprezzo il settarismo: quindi non scarto mai la possibilità di battaglie comuni per cause d’interesse nazionale che non vedono necessariamente opposte destra e sinistra. L’arte dell’equidistanza in politica è importante: non troppo vicini perché la commistione non è sana per la democrazia, ma nemmeno lontani al punto di non potersi parlare».
Se sarà eletta, batterà una serie di record: prima donna presidente, prima coppia non sposata all’Eliseo e prima coppia di politici. Penso che quest’ultimo aspetto non sia il più facile.
«Sì, non è una situazione comune, capisco che desti curiosità. Ma, premesso che si tratta della mia vita privata, le voglio dire che i miei figli sono straordinari e ci sostengono in ogni modo. Siamo una famiglia unita e forte, questa è la nostra salvezza dai petteglezzi e dai paparazzi».
Ma, anche se lei ha proposto a François Hollande di sposarla durante la trasmissione Saga, e malgrado l’offerta di Oscar Temaru di celebrare le vostre nozze in Polinesia, finora non se ne è fatto nulla. Come mai?
«Noi, io, François e i ragazzi, avremmo tanto voluto dire di sì all’invito di Oscar Temaru, per ritemprarci e far scorta di bei ricordi da utilizzare come antidoto durante la campagna elettorale. Sarebbe stato così romantico, un matrimonio in piroga, all’altro capo del mondo. Ma l’entourage di François ci ha dissuaso. Avevano paura che ci saremmo resi ridicoli, che fosse un modo per “dare spettacolo”. Personalmente, credo che si tratti di cose da superare di fronte a una fortuna inaspettata. Ma non ho insistito. Non abbiamo bisogno di questo per amarci.
Lei ha parlato di collegi di quartiere per gli allievi difficili. Come organizzare un sistema del genere?
«I collegi di quartiere che ho in mente non sono solo destinati ai ragazzi difficili ma anche a quelli con problemi familiari e che non si trovano nelle condizioni materiali o psicologiche migliori per il loro successo scolastico. E anche a quelli che vogliono mettere un po’ di distanza, a vantaggio degli studi, con le pressioni o le tentazioni del quartiere. È una soluzione che permette comunque di mantenere i rapporti familiari. Per i casi più gravi e difficili, propongo degli internati che li mettano in condizioni, dopo un periodo di adattamento, di reinserirsi nel sistema scolastico regolare. Per lungo tempo il collegio è stato privilegio di chi aveva i mezzi. Io stessa sono stata in collegio e credo mi abbia aiutato negli studi. Oggi credo che sia giusto dare a tutte le famiglie la possibilità di avere accesso a buoni collegi, benefici per gli studenti e per la loro carriera scolastica. Nella regione che governo ne ho trovato alcuni in condizioni disastrose. Li ho rimodernati e dotati di computer, ho mandato animatori culturali nei licei. Tutto questo ha dato la stura a un boom di richieste difficile da soddisfare».
Che ricordo ha del ‘68?
« Ero in collegio, nei Vosgi, a Charmes, me ne arrivavano solo echi assordanti. Solo dopo ho potuto misurare l’ampiezza del fenomeno e le sue ricadute sul Paese. Non sono una sessantottina, ma non condivido il processo fatto al maggio ‘68. Ha detto bene François Mitterrand: "La gioventù non ha sempre ragione, ma la società che la disprezza e la spezza ha sempre torto". Bisogna ricordare quale ordine paternalistico regnava allora, che peso gravava sulla società. Quella Francia poteva avere dei vantaggi ma non era radiosa per tutti, e soprattutto, per tutte. Certo, è innegabile una certa dose di velleitarismo, di illusioni e d’ingenuità. Ma il Maggio ha anche fatto soffiare un formidabile vento di libertà e d’uguaglianza, soprattutto per la sinistra. Ha accelerato la destalinizzazione degli spiriti, ha permesso l'affermarsi di un antitotalitarismo di sinistra che era, fino ad allora, assai minoritario e ben poco visibile. Gli dobbiamo, sul piano sindacale, conquiste che oggi paiono scontate. Fu infine, quel maggio, un momento d’immaginazione politica di cui non si hanno altri esempi nella storia recente di Francia».
L’aperta condanna di Benedetto XVI della violenza dell’Islam è stata un passo falso o una salutare presa di posizione?
Non è stato un passo falso. Il pontefice è uno studioso, che conosce il peso delle parole. Ma non è stata una presa di posizione salutare perché l’elemento centrale del suo discorso a Ratisbona non è stata la condanna della strumentalizzazione violenta dell’Islam, condivisa dalla maggioranza dei musulmani, ma un’affermazione ben più contestabile: la religione cristiana, che lui definisce l’incontro fra la fede biblica e il pensiero greco, sarebbe l’unica ad avere un rapporto privilegiato con la Ragione e costituirebbe, oggi come ieri, la radice fondante dell’Europa. Dimenticando che la filosofia greca ci è arrivata grazie ai traduttori arabo-musulmani e che nel Medio Evo i maggiori pensatori che dibattevano dei rapporti fra fede e ragione erano cristiani, ebrei e musulmani. In seguito l’Inquisizione, durante la quale sono state bruciate migliaia di donne accusate di stregoneria, non ha testimoniato certo il matrimonio fra cristianesimo e ragione. Quanto all’Europa, un conto è prendere atto dell’influenza del cristianesimo sulla sua storia, un altro affermare che le sue radici sono cristiane. L’Europa non è una religione o un’espressione geografica: è un progetto politico, condiviso da fedeli e laici. I nostri concittadini musulmani sono parte di questa Europa».
È pro o contro l’ingresso della Turchia in Europa?
Sono favorevole in linea di principio ma credo che, prima di allargarla, occorra rafforzarla. Mi è stato rimproverato d'aver detto che la mia posizione sarà quella del popolo francese. Ebbene sì. Perché, quando sarà il momento, l’ingresso della Turchia in Francia sarà sottoposto a referendum e il capo dello stato sarà tenuto a rispettarlo. Infine, la Turchia potrà unirsi all’Europa a condizione che soddisfi i criteri di ammissione, che non sono solo economici o contabili ma anche democratici. Dal punto di vista geostrategico l’Europa ha molto da guadagnare dall’integrazione della Turchia. Che bella prova in un mondo diviso dallo “scontro di civiltà”».
Da La Stampa.it
