FRANCOFORTE, 27 febbraio 2007. - "Gli oltre 3 milioni di connazionali che oggi conservano la cittadinanza italiana fanno parte di un più vasto serbatoio d’italianità costituito da 60 milioni di oriundi. Non c’è altro Stato al mondo che possa contare su una ramificazione così estesa della propria cultura e dei propri valori. Di contro, l’Italia oggi è, in proporzione alla sua grandezza, il Paese al mondo che attira più immigrati". L’emigrazione italiana in generale ed emiliano romagnola in particolare, le sue caratteristiche e gli obiettivi della Consulta Regionale dell’Emigrazione sono al centro dell’intervista che la nuova Presidente della Consulta, Silvia Bartolini, ha rilasciato a Mauro Montanari, direttore del Corriere d’Italia, mensile edito a Francoforte.
D. Questa è la giornata dell’insediamento della Consulta regionale degli Emiliano Romagnoli nel mondo; parliamo del passato per arrivare al futuro…
R. La nostra è una terra che coltiva la memoria, e sa che nelle radici e nelle tradizioni ci sono i presupposti per ben operare nel futuro. Le nostre famiglie, quelli degli emigrati, le istituzioni stesse, stanno dentro questa storia che ci appartiene: è la storia della nostra vita, che è compresa dentro un orizzonte temporale ben più vasto. Anche chi non è stato toccato direttamente dal dramma dell’emigrazione sa che perdere la memoria di quello che collettivamente si è stati, come italiani, significa non capire bene quello che si è oggi, dal momento che nessuno di noi è un marziano che viene dal nulla, senza origini, senza identità, senza collocamento spazio-temporale. Quindi, per partecipare alla costruzione di un solido e democratico futuro, noi dob-biamo recuperare la memoria di quello che siamo stati. Solo cosi, ad esempio, potremo inquadrare le convulse dinamiche dell’emigrazione straniera in Italia nel più ampio fenomeno delle migrazioni, che da quando esiste l’uomo hanno portato i poveri del mondo a cercare di migliorare al-trove la propria esistenza. Gli italiani oggi compiono una grande opera di rimozione della memoria, rifiutando di vedere se stessi riflessi negli occhi, nei gesti, nelle speranze e nella disperazione degli africani e asiatici che vivono presso di noi.
D. Che caratteristiche ha l’emigrazione emiliano-romagnola?
R. L’emigrazione emiliano-romagnola, così come quella italiana, costituisce una parte fondamentale della storia del nostro Paese. Fuor di retorica, servono occhi e intelligenze per ricordare alle nuove generazioni come il fenomeno migratorio sia fortemente connaturato con la nostra vita. Veniamo ai dati più generale dell’emigrazione, che parlano chiaro. Quasi trenta milioni d’italiani hanno lasciato il Paese nei cento anni che vanno dall’unità d’Italia al 1960. E gli oltre 3 milioni di connazionali che oggi conservano la cittadinanza italiana fanno parte di un più vasto serbatoio d’italianità costituito da 60 milioni di oriundi. Non c’è altro Stato al mondo che possa contare su una ramificazione così estesa della propria cultura e dei propri valori. Di contro, l’Italia oggi è, in proporzione alla sua grandezza, il Paese al mondo che attira più immigrati: circa 300 mila l’anno (il 10% del flusso mondiale), secondo solo agli Stati Uniti (un milione), che però hanno una popolazione cinque volte più elevata.
D. Com’è l’emigrazione emiliano romagnola oggi?
R. La memoria dell’emigrazione è data dalla somma di centinaia di migliaia di esperienze spesso difficili e tormentate, a volte tragiche. Ma abbiamo anche tanti casi di successo, d’emigrazione riuscita, d’emiliano-romagnoli che hanno lasciato il segno nei paesi di accoglienza. Abbiamo una città in Argentina, Ingenero Jacobacci, che porta il nome dell’ingegnere modenese che ha costruito la strada ferrata della Patagonia. Abbiamo istituzioni culturali, in Colombia e Venezuela, intitolate ad Agostino Codazzi, geografo ed esploratore romagnolo. A un nostro esploratore, Ermanno Strabelli di Borgotaro, è stato recentemente dedicato un film in Venezuela. Abbiamo opere ingegneristiche e architettoniche di emiliano-romagnoli sparse per il mondo: le chiese di Antonio Landi in Amazzonia, le fortezze degli Antonelli in tutto il Centroamerica (alcune sono patrimonio Unesco dell’umanità), gli edifici di Adamo Boari a Città del Messico e quelli di Carlo Zucchi a Montevideo, la Reading Room di Antonio Panizzi a Londra.
D. Che tipo di approccio ha la regione con i suoi figli nel mondo?
R. Cerchiamo di capire chi sono queste persone: certo gli emigrati storici, e soprattutto – per ragioni anagrafiche – i loro figli e nipoti, ma anche i nuovi emigrati: quelli che per opportunità di lavoro vivono all’estero e, più che emigrati, si sentono cittadini del mondo e spesso collocano la loro esperienza all’estero in un orizzonte temporale limitato, perché può prevedere il ritorno. Si tratta di ricercatori, docenti universitari, professionisti e imprenditori. Anche costoro, senza vivere i drammi dello spaesamento e della nostalgia dell’emigrazione storica, sono in genere molto felici di fare rete con noi. Tutto questo accade perché è mutata la considerazione che gli stranieri hanno degli italiani, grazie al miglioramento dell’immagine internazionale del nostro paese, divenuto uno degli otto “grandi” (G8) del mondo. Alla ripresa del sentimento d’italianità tra le comunità all’estero ha contribuito pure la presenza capillare delle Regioni tra queste comunità.
D. La Consulta inaugura una legge regionale che sembra basarsi non solo sull’assistenza ma anche sulle nuove opportunità che la nuova emigrazione offre. Vuole descriverla?
R. Cito la legge per darne pieno merito a chi l’ha voluta: "La regione riconosce negli emiliano-romagnoli nel mondo, nelle loro famiglie, nei discendenti e nelle loro comunità una componente essenziale della società regionale ed una risorsa da attivare al fine di rafforzare i legami con i Paesi che li ospitano... Un valore da sostenere e sviluppare". Una "risorsa" – dice la legge – che come tale va coltivata da entrambe le parti. La Consulta è il luogo istituzionale, lo strumento di collegamento tra le comunità all’estero e il complesso sistema istituzionale, sociale, economico che è la nostra regione. La legge presenta due grandi innovazioni. La prima riguarda le autonomie locali. Fanno parte della Consulta due rappresentanti dei comuni e un rappresentante per ognuna delle nove province dell’Emilia-Romagna. Il motivo è presto detto: molti comuni stanno rileggendo la propria storia alla luce delle vicende migratorie che li hanno coinvolti nel tempo. Penso che con l’aiuto dei comuni e sviluppando il ruolo di coordinamento delle province, potremo meglio esercitare il nostro ruolo, trovando così maggiori risorse, non solo economiche, per obiettivi mirati. La seconda innovazione della legge riguarda la particolare attenzione rivolta ai giovani. Nella Consulta siedono 15 consultori adulti e 8 più giovani. Abbiamo in questo modo voluto incentivare la presenza delle nuove generazioni per dare più forza, vivacità e capacità d’innovazione alle nostre 85 associazioni all’estero. Come nella politica, nell’economia e in tutta la società, promuovere la presenza giovanile significa preparare quel ricambio generazionale al quale ognuno di noi dovrebbe pensare senza angoscia, perché è nell’ordine delle cose e, se si può dire, una legge della vita.
D. Quali propositi per l’immediato futuro?
R. La mia proposta è quella di dar luogo alla conferenza dei giovani emiliano-romagnoli nel mondo, a Buenos Aires nel prossimo luglio. L’esperienza ci dice che ogni volta che abbiamo riunito i nostri giovani, quell’incontro si è trasformato in un motore di progetti e iniziative che hanno migliorato le nostre politiche. Pensiamo, ad esempio, alla radio. Un’idea meravigliosa nata nell’ultima conferenza dei giovani, quella che si è tenuta tre anni fa a Montevideo. Grazie a quell’intuizione oggi abbiamo una radio digitale che da quasi un anno trasmette sul web ogni settimana 13 rubriche della durata complessiva di circa sei ore. Ma penso all’ampliamento e al miglioramento degli stage professionali grazie al programma Boomerang e a Reporter, il sito dedicato e curato proprio dai giovani all’interno del nostro portale. Voglio dedicarmi poi al rafforzamento del rapporto con il Cgie. Mi piacerebbe, infatti, che la Consulta dell’Emilia-Romagna desse il proprio contributo per consentire alla conferenza Stato-Regioni-Cgie di promuovere un reale coordinamento tra le esperienze delle regioni italiane. Tutte insieme le regioni con il loro lavoro possono diventare una grande risorsa per l’azione del governo italiano nei confronti dei connazionali residenti all’estero. Quindi è importante la diffusione e valorizzazione della lingua italiana. Secondo le più recenti ricerche, illustrate nell’ultima riunione del Cgie, solo il 37% degli italiani residenti all’estero conosce la lingua italiana. Questo dato ci induce a pensare che in futuro non molto lontano la conoscenza dell’italiano potrebbe divenire quasi una rarità, con grave danno per la diffusione della nostra cultura, con la dispersione del senso d’identità e anche con grave pregiudizio alla diffusione dei prodotti del made in Italy".
Aise
