La povertà? Vada al museo
I diseredati sono frutto della nostra cultura.
Soltanto il "business sociale" li può salvare.

Muhhamad Yunus.1 luglio 2008. - Mi sono ritrovato coinvolto nel tema della povertà perché essa era ovunque intorno a me. Nel 1974 trovai difficile insegnare eleganti teorie di economia nelle aule universitarie mentre in Bangladesh infuriava una terribile carestia. Improvvisamente vidi la vacuità di quelle teorie di fronte all’esplosione della fame e della miseria. Rimasi sconvolto quando in un villaggio vidi una donna ricevere in prestito meno di un dollaro, a condizione che vendesse al prestatore tutto quello che avrebbe prodotto, al prezzo che lui avrebbe deciso.

Fu per questo che decisi di creare una banca per i poveri. Ci vollero anni: la aprii nel 1983 e la chiamai Banca Grameen o Banca del Villaggio. Oggi questa Banca presta denaro a sette milioni e mezzo di poveri - che al 97 per cento sono donne - in 80.678 villaggi del Bangladesh. Il prestito viene rimborsato nel 98,02 per cento dei casi. E la Banca fa profitti.

Business sociale
Immaginiamo che un investitore non sia interessato solo al profitto, ma voglia anche fare del bene alla gente e al mondo. Nel suo caso parleremo di business sociale: riavrà indietro il capitale investito ma non toccherà i dividendi, che andranno alla comunità. Questo modo di operare può cambiare la vita di chi sta in basso, tirandolo fuori dalla povertà. Non si può affrontare il problema della miseria all’interno del capitalismo ortodosso. Occorrono gli imprenditori sociali.

I business della Grameen
Esiste un secondo tipo di business sociale, ed è quello in cui la proprietà totale o parziale dell’impresa è dei poveri, che comprano le azioni con denaro proprio o regalato. Grameen ha creato due società di questo tipo: una fabbrica di yogurt speciale, destinato a sfamare i bambini malnutriti del Bangladesh e una catena di cliniche oftalmiche per operare di cataratta diecimila persone all’anno, a prezzi differenziati per ricchi e poveri.

Mercato azionario sociale
Per mettere gli investitori in contatto con le opportunità di business sociali, occorre una Borsa sociale dove si trattino soltanto quel tipo di azioni e ogni investitore interessato a questo genere di affare trovi il più adatto a lui. Ma perché la Borsa funzioni bene, occorrono agenzie di rating, terminologie e definizioni standardizzate e nuove pubblicazioni finanziarie, come The Social Wall Street Journal. Le Università dovranno offrire corsi specifici per preparare al business sociale i futuri manager e, soprattutto, stimolarli a diventare essi stessi uomini d’affari in questo ambito.

Globalizzazione
Io appoggio la globalizzazione perché penso che possa portare ai poveri più vantaggi di qualsiasi altra alternativa. Deve però essere il tipo giusto di globalizzazione. Io la paragono a un’autostrada a cento corsie che solca il mondo. Se l’accesso è libero a tutti, le corsie saranno invase dai giganteschi Tir delle economie potenti, che butterano fuori strada i risciò del Bangladesh. Per avere una globalizzazione win-win, che cioè non danneggi nessuna delle parti coinvolte, occorre regolare il traffico. La legge del più forte dev’essere sostituita da leggi che assicurino ai più poveri un posto e un ruolo, senza essere allontanati a gomitate dai più forti.

La globalizzazione non deve diventare un imperialismo finanziario. Si possono creare grandi business sociali multinazionali che trattengano i profitti della globalizzazione per le persone e i Paesi poveri. Affari di questo genere o daranno la proprietà dell’impresa ai poveri o tratterranno i profitti all’interno dei Paesi poveri, dato che prendere i dividendi non sarà il loro obiettivo. Investimenti stranieri da parte di investitori sociali stranieri saranno una splendida notizia per i Paesi cui sono destinati. Costruire economie forti nei Paesi poveri, proteggendone gli interessi dalle società che vogliono solo saccheggiarli, dovrà essere una delle principali aree di interesse del business sociale.

Liberare la creatività
Penso che possiamo creare un mondo senza povertà perché essa non è creata dai poveri. E’ stata creata e conservata dal sistema economico e sociale che abbiamo progettato per noi e dalle politiche che perseguiamo. E’ nata perché abbiamo costruito la nostra cornice teorica su presupposti che sottostimano la capacità umana, mettendo a punto idee troppo ristrette (come quella di business, di credito che merita o non merita dare, di capacità imprenditoriale) o sviluppando istituzioni che restano a metà (come quelle finanziarie, dalle quali i poveri restano esclusi). La povertà è causata dal fallimento a livello concettuale più che da una mancanza di capacità delle persone. Io credo che possiamo creare un mondo libero dalla povertà, se ci crediamo collettivamente. In un mondo del genere, l’unico posto in cui si vedrebbe la povertà sarebbero i Musei della Povertà.

E quando i bambini delle scuole verranno portati a visitarli, saranno sconvolti nel vedere la miseria e le condizioni indegne in cui sono vissuti alcuni esseri umani. Gli uomini vengono al mondo perfettamente equipaggiati non solo per provvedere a se stessi, ma anche per allargare il benessere del mondo nel suo insieme.

Alcuni hanno la possibilità di esplorare il loro potenziale, molti invece in tutta la loro vita non hanno una sola occasione di aprire i meravigliosi doni con cui sono nati. Grameen mi ha dato un fiducia incrollabile nella creatività degli esseri umani, che mi ha portato a credere che l’uomo non è nato per soffrire la fame o la povertà. Io paragono i poveri agli alberi bonsai. Quando si piantano i semi migliori degli alberi più alti in una vaso da fiori, si ottiene una copia dell’albero, però alta pochi centimetri. Non ci sono difetti nei semi, è il terreno inadeguato. I poveri sono dei bonsai: non sono difettosi, semplicemente la società non mai ha fornito loro il terreno su cui crescere. Una volta che il povero può liberare la sua creatività, la povertà sparirà molto rapidamente.

 

(La Stampa.it)