«Vengo in Italia e comprerò
aziende familiari in crisi»

Il finanziere Warren Buffet: "Le liti fra fratelli fanno diventare grande un'impresa".

Warren Buffett.6 maggio 2008. - L’Italia rientra nell’orbita di Berkshire Hathaway». Warren Buffett ribadisce il suo interesse per l’imprenditoria «made in Italy». Con la tradizionale calma e l’immancabile lattina di Coca-Cola tra le mani, l’Oracolo di Omaha spiega che gli ultimi eventi politici italiani «non cambiano il nostro interesse per il Paese, dove nel corso del prossimo tour europeo incontreremo alcuni imprenditori».

Mr. Buffett, i recenti sviluppi nella politica italiana hanno cambiato i suoi progetti?
«Assolutamente no. Del resto noi non permettiamo neanche alla politica americana di interferire nelle strategie o nelle scelte aziendali».

Quindi conferma il suo interesse per l’Italia?
«Sarò in Europa per una visita di quattro giorni e visiterò l’Italia. Il mio amico Angelo Moratti ha organizzato a Milano una serie di incontri con uomini d’affari per valutare ipotesi di accordo e investimento».

Ha già un’idea in mente?
«No, nulla di preciso. L’obiettivo è procedere a un’acquisizione che vada incontro ai nostri standard. Certo è difficile convincere un imprenditore a cedere l’attività quando le cose vanno bene. Quando hai un buon business, la cosa migliore è non vendere, ma nel caso ne avessero l’intenzione vorrei che considerassero Berkshire».

Il modello di riferimento è la proprietà familiare?
«A volte questo tipo di aziende possono avere difficoltà nella gestione per questioni interne: divergenze o differenti vedute della proprietà. Del resto Berkshire incoraggia la rivalità e la competizione tra fratelli, più ce n’è, meglio è».

Cosa intende?
«È un modo ironico per dire che si tratta di uno stimolo alla crescita e a migliorarsi. Del resto se tutte le famiglie fossero state felici Berkshire sarebbe ancora una piccola società».

Il Mezzogiorno italiano è un’opzione nei piani del gruppo?
«Noi guardiamo tutta l’Italia, il nord, il sud, l’est e l’ovest. Ci piace la cultura e il calore delle persone che si riflettono nel lavoro e nella professionalità».

Quest’anno all’assemblea c’erano anche molti italiani. Perché tanto successo?
«Perché si divertono, si sentono parte dell’organizzazione. Nel nostro gruppo non esistono solo standard economici, noi siamo organizzati come un’azienda ma da un punto di vista delle relazioni con gli investitori ci sentiamo una partnership, i nostri azionisti sono nostri partner. Siamo fieri delle aziende che abbiamo acquistato e dei loro prodotti, e vogliamo che i nostri partner si sentano fieri allo stesso modo».

C’è tempo per divertirsi quindi oltre lavorare?
«Certo: con Charlie (Munger, il suo vice) ci si prende in giro, si scherza, e si lavora in serenità. Capita di avere divergenze ma dal 1959 ad oggi non abbiamo mai litigato, e poi ci conosciamo da una vita: abitavamo a un isolato di distanza da ragazzi. Mi ha insegnato a capire il valore di un’attività e a comprendere le persone,e con lui ho imparato a comprare aziende solide anziché essere tentato dai mozziconi di sigaro».

Come le è cambiata la vita da quando è l’uomo più ricco del mondo?
«Charlie non mi rispetta più».

Quindi le cose vanno peggio?
«Scherzo. Nulla è cambiato, per me non significa niente, ritengo si dia troppa importanza a queste cose, e personalmente sono felice quando Berkshire va bene e non quando sono al primo posto nella Forbes 400».

Che importanza ha per l’oracolo di Omaha la sua città?
«Grande, sono nato e cresciuto qui e nonostante tutti gli impegni ci trascorro l’80% del mio tempo, mi piace e c’è un aspetto da non sottovalutare, la tranquillità ti rende più efficiente sul lavoro».

 

(La Stampa.it)