12 marzo 2008. - Ieri, 11 marzo 2008, era uno di quei giorni che non lo sai, ma stai vivendo la storia. Storia con la «s» minuscola: grazie a Dio non era l’11 settembre 2001, e neppure l’11 febbraio 1929. Però, nel suo piccolo, anche l’11 marzo 2008 un po’ ci cambia la vita. Segna una svolta, seppur minima. La fine di un’epoca. O almeno, un’epochetta. L’epochetta degli accendini usa-e-getta «scemi» - oppure «belli», o «strani», dipende dai punti di vista - che in inglese vengono definiti «novelty». Quelli decorati con figure, fumetti, donnine più o meno vestite, scene bucoliche, personaggi famosi, barche a vela, gattini, cagnolini, leoncini e panteganine. Quelli di foggia strana, mini-auto, mini-bambole, mini-pistole. Quelli con simboli d’appartenenza, dal segno zodiacale allo strumento musicale, allo stemma della squadra del cuore. Quelli che nel serbatoio trasparente contengono oggettini di plastica, pupazzetti e dinosaurini.
Quelli, per farla breve, che sembrano più giocattoli che accendini usa-e-getta.
Ecco il problema: sembrano giocattoli al punto che i bambini ci giocano. E quando un bambino gioca con un accendino, il rischio di visitare prima o poi un centro per grandi ustionati è alto. Così, l’Unione europea ha emanato una di quelle sue direttive che a qualcuno paiono stravaganti, ma talora hanno una ragion d’essere, e comunque vanno applicate: da ieri, 11 marzo, si possono vendere soltanto accendini dotati di un meccanismo di sicurezza (e fin qui, nessuna svolta epocale: semmai qualche difficoltà in più a farli funzionare) e privi di decorazioni particolari.
I superstiti fumatori dovranno accontentarsi degli austeri modelli monocromatici, più o meno uguali ai primi esemplari lanciati nel 1973 dalla Bic, la multinazionale che dopo aver rivoluzionato le abitudini di scrittura del pianeta (1950, penna a sfera) e prima di cambiare per sempre i riti mattutini dell’umanità maschile non barbuta (1975, primo rasoio usa-e-getta), mise a segno un colpo di marketing immane: ancor oggi leader mondiale, la Bic vende ogni giorno 4 milioni d’accendini. E non risentirà più di tanto della normativa europea: dovrà semplicemente rinunciare alle sue «edizioni limitate» che, citiamo dal sito dell’azienda, «vi offrono la possibilità di esprimere voi stessi e di realizzare un’apprezzabile collezione». Già. «Personalità» e «collezionismo»: qui sta la sofferenza.
La «personalità», intanto. Per alcuni - con intuibili problemi, tipici della società contemporanea - l’accendino decorato, seppur di modestissima plastica, è un segnale di riconoscimento, d’affermazione del proprio io: si prospettano traumi terribili, e forse clandestine importazioni da Paesi extra-europei immuni dall’arcigno provvedimento. Ma con la nuova legge tutti noi perdiamo sicuri riferimenti nei rapporti sociali - uno con la donna nuda sull’accendino, lo inquadri subito - e ne patiscono i riti del corteggiamento: accendere la sigaretta denunciando al contempo di essere dei Pesci, o di credere nell’ecologia, o di amare i soriani, offre argomenti di conversazione e comporta una significativa riduzione delle manovre preliminari.
Pure i collezionisti patiranno. Gli si seccheranno le fonti di approvvigionamento, e una collezione che non si arricchisce di novità è destinata, prima o poi, a declinare: è capitato con i mini-assegni, o le carte telefoniche. Non che dietro ci ballassero i miliardi: su eBay, per dire, l’«introvabile serie completa» di cinque accendini con le fanciulline dei manga giapponesi parte da una base d’asta di 1,99 euro. Però il genere imperversa nei mercatini, e ha i suoi estimatori. Compreso Nino Frassica: lo citiamo, perché in questi articoli sulle passioni strambe ci sta sempre bene il nome di una celebrity con una passione stramba. Infine, l’economia. Quella spicciola, residuale, di chi sull’accendino decorato ha costruito un dignitoso benessere: chi con un’ideuzza buffa ci mantiene la fabbrichetta; chi si è specializzato nella produzione di modelli promozionali per aziende e associazioni; chi racimola onesti guadagni vendendo quei gadget. Dai vu’ cumprà alle bancarelle di souvenir, agli store delle società pallonare, gli scrupoli antinfortunistici dell’Europa semineranno pianti e rimpianti.
(La Stampa.it)
