Una mostra
sulla lingua
italiana
La Dante
Alighieri promuove
un percorso espositivo
sulla nostra lingua
negli anni dell’Unità d’Italia
Una mostra
sulla lingua
italiana
La Dante
Alighieri promuove
un percorso espositivo
sulla nostra lingua
negli anni dell’Unità d’Italia

10 ottobre 2011. - «Pasquino», la più celebre delle cosiddette "statue parlanti" di Roma, è una figura caratteristica della Città Eterna a partire dal XVI a tutt’oggi.
In realtà è una statua piuttosto malconcia: ha il volto danneggiato ed è priva di braccia e gambe, sicché è difficile stabilire quale personaggio rappresenti (forse un eroe omerico).
È chiamata "statua parlante" perché al suo collo si appendevano, notte tempo, foglietti contenenti satire in versi, dirette a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti. Erano le cosiddette "pasquinate", nelle quali si scatenava, in forma canzonatoria e, spesso, dissacrante, il malumore popolare per le vessazioni e le iniquità che la gente comune subiva dal "Potere".
Pasquino ce l’aveva in po' con tutti.
Ad esempio, per la morte di Paolo III, Farnese (1534-1549), Papa grandissimo ma notorio per il suo incontestabile "nepotismo", lasciò scritto: «In questa tomba giace / un avvoltoio cupido e rapace. / Ei fu Paolo Farnese, / che mai nulla donò, che tutto prese. / Fate per lui orazione: / poveretto, morì d'indigestione»
Un’altra famosa "pasquinata" è quella dedicata a Urbano VIII, Barberini (1623-1644), il Papa che aveva usato le decorazioni in bronzo del Pantheon per fare il Baldacchino di San Pietro, nell’omonima basilica: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini», cioè «Quello che non hanno fatto i barbari, hanno fatto i Berberini».
E, ancora, per la morte di Papa Alessandro VI, Borgia (1492-1503), accusato con tutta la sua famiglia di violenza, lussuria e crudeltà, Pasquino salmodiò: «Qui giace Alessandro sesto. È sepolto con lui / quanto venerò: il lusso, la discordia, l’inganno, / la violenza, il delitto».
Pasquino, per quanto riguarda i Papi, aveva, evidentemente, una particolare … vena poetica. Così, per la morte di Papa Leone X, Medici (1513-1520), famoso perché prometteva il Paradiso in cambio di soldi ("vendita delle indulgenze") poetò: «Gli ultimi istanti per Leon venuti, / egli non poté avere i sacramenti. / Perdio, li avea venduti!»
Ma tutta una serie di pasquinate è stata dedicata ad una dama, ricca di danari e di prosperose forme, cognata di Papa Innocenzo X Pamphilj (1644-1655): Donna Olimpia Pamphilj Maidalchini. soprannominata "Pimpaccia" dallo stesso Pasquino, deformando il titolo di una famosa commedia del 1600, Pimpa, la cui protagonista era astuta, avida e arrivista.
Va detto che Donna Olimpia sapeva intrallazzare assai bene, nel senso che era capace di "cavar denaro" dalle più svariate situazioni. Per esempio, a tempo perso, faceva da mecenate ad artisti del calibro del Bernini e del Borromini. In effetti, è grazie a lei se oggi godiamo della Basilica Lateranense del Borromini e della fontana dei quattro fiumi a piazza Navona, del Bernini. Tuttavia, a onor del vero, fu lei ad alzare lo scontro tra questi due artisti. Le cose, all’inizio, stavano così: il Papa aveva assegnato il progetto della fontana al Borromini, tuttavia il Bernini, conscio che, in Vaticano, non era il Pontefice a comandare bensì Olimpia, scelse di riconoscerne platealmente l’autorità, facendole omaggio di un modellino in argento (alto un metro e mezzo!) del lavoro che voleva eseguire. Naturalmente Olimpia non ci pensò due volte a togliere l'incarico al primo e passarlo al secondo artista.
Questa "scorciatoia" per ottenere i favori Papali, Pasquino l’aveva prevista e già cantata in versi:
« Per chi vuol qualche grazia dal sovrano / aspra e lunga è la via del Vaticano. / Ma se è persona accorta / corre da Donna Olimpia a mani piene / e ciò che vuole ottiene. / È la strada più larga e la più corta»
Un’altra pasquinata sulla Pimpaccia sollazzò la Roma dell’epoca. Olimpia aveva un maestro di camera di nome Fiume; a quei tempi, si usava indicare il livello raggiunto dalle piene del Tevere con l’indice di una mano scolpito su una lastra di pietra. Un giorno fu trovato sul busto di Pasquino un disegno raffigurante una donna nuda, senza nessun dubbio somigliante ad Olimpia, ed una mano con l'indice puntato all'altezza del sesso e la scritta: «Fin qui arrivò Fiume».
Celeberrimi, da sempre, altri suoi versi pungenti che dicono: «Chi dice donna, dice danno / chi dice femmina, dice malanno / chi dice Olimpia Maidalchina, / dice donna, danno e rovina»
Olimpia non era nobile (era nata, nel 1592, da un appaltatore viterbese, il capitano Sforza Maidalchini) e neppure bella. Il suo destino se lo creò da sé, con le sue mani, fin da giovanissima, quando, destinata dal padre al convento insieme alle sue due sorelle, rifiutò di prendere i voti accusando di tentata seduzione il direttore spirituale incaricato di convincerla ad abbracciare la vita monastica; lo scandalo che ne seguì procurò all'ecclesiastico la sospensione a divinis.
Riguadagnata la sua libertà, finì per sposare, a 17 anni, un ricco notabile, Paolo Nini, abbastanza vecchio da lasciarla vedova, dopo soli 3 anni, nonché unica destinataria di un patrimonio più che considerevole.
La giovane vedova, non rimase tale per lungo tempo. Scelse come secondo marito (nel 1612) un romano di famiglia nobile ma impoverita, più vecchio di lei di 31 anni, Pamphilio Pamphilj. Questi la introdusse nella società romana e, soprattutto, la imparentò con suo fratello monsignor Giovanni Battista, brillante avvocato di curia, destinato a una strabiliante carriera ecclesiastica. Infatti, sia per meriti suoi sia per le trame della cognata, monsignor Pamphilj di carriera ne fece effettivamente parecchia: fu nominato prima nunzio a Napoli, poi cardinale e legato presso la corte di Francia, e infine, nel 1644, Papa, con il nome di Innocenzo X. Da notare che, pochi giorni dopo aver acquisito la tiara, designò la cognata, nel frattempo rimasta di nuovo vedova, sua erede universale.
La presenza nelle stanze Papali in Vaticano di Olimpia divenne non solo quotidiana ma sempre più importante. Unica donna in un mondo di uomini, si rivelò abile, scaltra ed intraprendente. Era sempre presente quando bisognava sbrogliare situazioni caotiche o prendere delle decisioni importanti. Si mormorava, infatti, (e queste furono le prime voci che cominciarono a correre su di lei sin dai primi tempi del suo soggiorno romano), che la si vedeva più spesso nello studio del cognato che nel letto del marito.
Innocenzo X non era un uomo avido. Era semplicemente un vecchio debole e pieno d'acciacchi, che si dimostrò succubo degli intrighi e della sfrenata ambizione della cognata. Olimpia aveva puntato tutte le sue carte sul Prelato fratello del marito; Sapeva, come si dice, ben salvare le apparenze: per esempio, spalancò personalmente le porte di palazzo Pamphilj al popolino perché saccheggiasse, secondo l'uso, la casa del Cardinale elevato al Soglio. Prima, però, fece portare le suppellettili più pregiate a casa sua.
Olimpia poteva accedere agli appartamenti pontifici a qualsiasi ora del giorno o della notte: era chiamata «il Cardinal Padrone», perché concedeva e revocava privilegi, distribuiva cariche e prebende, fissava le udienze del Pontefice, prendeva decisioni in suo nome. Tutto in Curia dipendeva dai suoi umori, malumori, capricci. Gli ambasciatori le rendevano omaggio, i Cardinali riempivano di suoi ritratti le loro stanze, le Corti straniere la colmavano di doni per procacciarsene la benevolenza.
Rimasta vedova (nel 1639, a 47 anni) di Pamphilio (che naturalmente la vox populi voleva morto di veleno), ricevette dal cognato Papa il titolo di principessa di San Martino al Cimino nel 1645 e feudataria di Montecalvello, Grotte Santo Stefano e Vallebona. Olimpia, detta ormai «la papessa», arrivò a far ordinare cardinale il figlio Camillo, un bellimbusto ignorante e sventato, ma il giovane rinunziò al galero per poter sposare una delle più ricche e avvenenti ereditiere romane, Olimpia Aldobrandini. La Pimpaccia non si perse d’animo e fece allora nominare cardinale un suo nipote diciassettenne, Francesco Maidalchini, che ancora non aveva ricevuto gli ordini sacri. Fu proprio costui ad avere l'incarico di delegato all'apertura della Porta Santa nella Basilica di Santa Maria Maggiore e a rendersi protagonista del primo fatto increscioso di quell'Anno Santo. Appena aperta la Porta Santa, infatti, cercò di impadronirsi della cassetta contenente le medaglie e le monete d'oro e d'argento del Giubileo precedente, che come voleva la tradizione, era stata racchiusa nel muro. Per questo venne violentemente a lite con i canonici della Basilica, che ne rivendicavano la proprietà.
La questione venne risolta, mettendo a tacere lo scandalo, con l’inviare in omaggio a Donna Olimpia l'analoga cassetta che era stata murata a San Giovanni.
Quanto alle altre varie appropriazioni di Donna Olimpia, un successo particolarmente … fecondo, ebbe con le predicazioni che faceva tenere nel suo palazzo a piazza Navona e che divennero un'occasione mondana assai ricercata da tutti i nobili della città. Riferisce un contemporaneo: «Si va alla predica come a un passatempo da teatro; Donna Olimpia chiama a sermoneggiare l'applauditissimo gesuita padre Oliva ed invita ad ascoltarlo dame e cavalieri, che vi accorrono come a un sollazzo».
Solo in un caso l'ambizione mondana di Donna Olimpia fallì. Fu quando giunse in pellegrinaggio a Roma l'infanta Margherita di Savoia, figlia di Carlo Emanuele e di Caterina d'Austria. Essa in qualità di terziaria francescana prese alloggio nel convento di Tor de' Specchi. Donna Olimpia brigò molto per essere ricevuta in udienza. Margherita per un po' non volle vederla, adducendo come scusa la sordità che l'affliggeva, e quando finalmente il privilegio fu concesso, la trattò con semplicità e modestia appunto conventuali, del tutto diverse dallo sfarzoso cerimoniale che l'altra si aspettava e che giudicava confacente al suo rango. E, come se non bastasse, Margherita si dimostrò così insofferente dei vanagloriosi discorsi che la Pamphilj le teneva da levarsi ostentatamente il cornetto acustico.
Comunque, del Papato di Innocenzo x non c'è molto da rilevare se non che i beni della Chiesa furono depredati a più riprese e in vari modi da Olimpia. Era di dominio pubblico che fosse lei a fare il buono o il cattivo tempo in Vaticano, tanto che iniziarono a divulgarsi storielle di ogni tipo che ne ritraevano sia gli aspetti simpatici che la natura malvagia e arruffona. Il suo comportamento si prestava a giochi di parole come «Olim pia, nunc impia», ovvero «Un tempo pia, oggi empia» e aveva ispirato il dialogo, assai noto fra il popolino, fra Pasquino e Marforio, altra celebre statua parlante, nel quale il primo chiedeva come si facesse a trovare la porta di Donna Olimpia e l'altro rispondeva: «Chi porta trova la porta, chi non porta non trova la porta». . L’ossessiva avidità di denaro di donna Olimpia, si manifestava anche in episodi per niente redditizi. Durante le feste, a Roma, era tradizione che le candele servite per illuminare le finestre, venissero gettate in strada, in modo che i poveri ne potessero beneficiare. Si dice che, in simili situazioni, la "Pimpaccia" facesse sistematicamente vestire da straccioni i propri domestici, per recuperare la cera delle candele e non sprecarla.
Il più scandalizzato di quanto avveniva in Vaticano, era Ferdinando III d'Asburgo (1608-1657) Imperatore del Sacro Romano Impero, mentre i Protestanti, da parte loro, trovavano il modo di irridere la Chiesa cattolica attraverso un'immagine di Olimpia in tenuta Papale con il Pontefice ai suoi piedi a fare la calzetta.
Nel 1648 si concluse la sanguinosa Guerra dei Trent'anni con la vittoria dei Protestanti. La pace di Westfalia sancì, tra le altre cose, la perdita di vasti territori ecclesiastici in Germania. Innocenzo X cercò di protestare ma la voce della Chiesa fu a malapena ascoltata al tavolo delle trattative. Quasi per nascondere l'impotenza del Papa a livello internazionale, Roma era tutto un fiorire di monumenti e chiese barocche. L'arte di Bernini e Borromini, però, non bastò a evitare la decadenza del Papato. Lo sguardo nervoso e infastidito di Innocenzo X, colto dal Velazquez in un famosissimo ritratto, lascia intuire la tragicità della situazione.
I nuovi fasti architettonici resero Olimpia ancora più odiosa al popolo romano. La Pimpaccia fu l'espressione del potere arrogante. Mentre la città moriva letteralmente di fame, lei viveva nello sfarzo e nell'ostentazione. Sapeva benissimo di essere disprezzata e dileggiata, ma faceva spallucce a ogni dileggio o diceria, continuando a lucrare su tutto e malgrado tutto. Essa esercitava un tale potere in Vaticano che quando il Papa, nel 1655, morì, riuscì a tenerne nascosta per due giorni la notizia per condurre a termine una sistematica razzia degli appartamenti del defunto: mobili, preziosi e opere d'arte, valute in metalli pregiati…. Il cadavere del Papa venne abbandonato in una stanza infestata dai topi in attesa d'una sepoltura di cui nessuno in Vaticano, a cominciare dalla cognata, volle sostenere le spese. Pare che, a quanti le chiedevano di partecipare alle spese del funerale del Papa, rispondesse: "Che cosa può fare una povera vedova?" Finalmente un canonico di San Pietro, che era stato un tempo al servizio del Pontefice, sborsò mezzo scudo per le esequie. Queste furono celebrate alla chetichella, senz'alcuna pompa, tra i lazzi e gli sberleffi del popolino e la gioia dei cardinali, che nella scomparsa d'Innocenzo vedevano la fine del malgoverno della cognata.
Ritiratasi da Roma dopo la morte del cognato-Papa, la curia romana tentò di rientrare almeno in parte in possesso delle ricchezze accumulate da Donna Olimpia a spese dello Stato pontificio, ma inutilmente
Due anni dopo la scomparsa del "suo" Papa, toccò a lei.
A portarsela via fu la peste.
(claudio bosio / puntodincontro)
10 de octubre de 2011. - "Pascuino", la más famosa de las llamadas "estatuas parlantes" de Roma, es una figura característica de la Ciudad Eterna desde el siglo XVI hasta la fecha.
De hecho, es una estatua bastante maltratada: el rostro está dañado y no tiene brazos ni piernas, así que es difícil determinar el personaje que representa (tal vez un héroe homérico).
Le dicen "estatua parlante" ya que alrededor de su cuello se colgaban, durante la noche, volantes con sátiras anónimas que atacaban a las figuras públicas más importantes. Eran estas las llamadas "pascuinadas", con las cuales se transmitía en forma de broma —con frecuencia irreverente— el descontento popular provocado por las inequidades provenientes del "Poder".
Pascuino atacaba a todos.
Por ejemplo, cuando murió Paulo III (Alessandro Farnese, 1534-1549), gran Papa, pero bien conocido por su evidente "nepotismo", el mensaje decía: "En esta tumba se encuentra / un buitre rapaz y codicioso / Él fue Pablo Farnese, / que nunca dio nada, que todo tomó. / Por favor, oren por él: / pobrecito, murió de indigestión".
Otra "pascuinada" famosa fue la que se dedicó a Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1623-1644), el Papa, que utilizó las estructuras de bronce del Pantheon para el Baldaquino de la Basílica de San Pedro: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini», es decir,"Lo que no hicieron los bárbaros, lo hicieron los Barberini".
Y hay más: en ocasión de la muerte del Papa Alejandro VI (Rodrigo Llançol Borgia, 1492-1503), acusado junto con su familia de violencia, lujuria y crueldad, Pascuino afirmó: "Aquí yace Alejandro VI. Y están enterrados con él / sus objetos de culto: el lujo, el desacuerdo, los engaños / la violencia, el crimen".
Pascuino tenía una clara vocación poética para los Papas.... Por lo tanto, cuando falleció el Papa León X (Giovanni de' Medici, 1513-1520), famoso porque prometía el paraíso a cambio de dinero ("venta de indulgencias") este fue el texto: "Durante los últimos momentos de vida de León, / él no pudo recibir los sacramentos. / Por Dios, los había vendido!"
Pero una serie completa de pascuinadas fue dedicada a una dama, rica y físicamente llamativa, cuñada del Papa Inocencio X (Giovanni Battista Pamphilj, 1644-1655): Doña Olimpia Pamphili Maidalchini, apodada "Pimpaccia" por el mismo Pascuino, deformando el título de una famosa comedia del año 1600, Pimpa, cuyo personaje principal era astuto, codicioso y ambicioso.
(claudio bosio / puntodincontro)